Crescita personale: il lato oscuro
Il mercato globale della crescita personale ha raggiunto un valore di 38,28 miliardi di dollari nel 2019, con una previsione di crescita annua del 5,1% tra il 2020 e il 2027.
Ogni anno, milioni di persone decidono di investire in percorsi di auto-miglioramento, spinte dal desiderio di rispondere alle richieste del proprio contesto professionale, dal bisogno di autorealizzazione o dalla speranza di raggiungere una felicità più piena. Il settore si nutre di contenuti divulgativi, libri, corsi, podcast, eventi, che promettono trasformazioni radicali e benefici tangibili. Tuttavia, accanto a questa narrazione luminosa, manca spesso una riflessione critica su ciò che si cela nel lato meno esplorato di questo percorso.
Quando il bisogno diventa ossessione
Molti iniziano a cercare strumenti di crescita spinti da un senso di disorientamento, da una domanda irrisolta, da una sensazione di vuoto che li porta a desiderare cambiamento. È in questo spazio vulnerabile che si insinua il rischio più grande: quello di sviluppare una dipendenza dal miglioramento continuo. L’idea che con sufficiente disciplina tutto possa essere risolto, trasformato e controllato si radica in profondità, dando vita a una visione distorta e performativa della crescita. I formatori che promuovono questo approccio creano modelli irraggiungibili, presentati come riferimento universale. E il confronto con questi standard genera una spirale di insoddisfazione crescente.
Il mito del controllo e il crollo post-formazione
Seguire una routine impeccabile, curare l’alimentazione, aumentare la produttività, essere sempre presenti, spiritualmente allineati, motivati: tutto questo può diventare un ciclo infinito basato sull’idea che non si è mai abbastanza. In questo clima, guru e santoni trovano terreno fertile, promettendo soluzioni pronte che generano entusiasmo iniziale e senso di euforia. Ma una volta tornati alla realtà quotidiana, l’energia lascia spazio alla frustrazione. Ci si ritrova con la sensazione di aver sbagliato qualcosa, di essere inadatti. La pressione a fare meglio prende il sopravvento, mentre il giudizio verso sé stessi e gli altri si intensifica.
In questa ricerca esasperata, la spinta a sapere di più e a “fare meglio” diventa un ciclo senza fine. L’unica apparente via d’uscita è partecipare a nuovi corsi, assimilare nuove tecniche, consumare ancora contenuti. Ma questo eccesso di informazioni produce l’effetto contrario: genera colpa, stanchezza e un senso di distanza dalla realtà. Secondo uno studio dell’Università della California – Berkeley, condotto da Iris Mauss, l’inseguimento della felicità porta spesso alla sua dissolvenza. Quando si crede che solo raggiungendo un determinato obiettivo si potrà essere felici, si smette di vivere il presente. L’apprendimento si blocca, la percezione del bene che ci circonda svanisce, e ogni errore viene vissuto come una minaccia insopportabile.
Il pensiero rigido e il bias di conferma
Un altro rischio si annida nel bisogno costante di confermare di essere sulla strada giusta. Il bias di conferma spinge a selezionare solo le informazioni che rinforzano ciò che si crede, impedendo di mettere in discussione la validità delle scelte fatte. In questo stato, si accumulano corsi, attestati, loghi e metodi senza mai applicarli davvero. Il fare prende il sopravvento sull’essere, la quantità sul senso. E così, anche se il disagio cresce, ci si convince di star “lavorando su sé stessi”, mentre in realtà si sta semplicemente alimentando un meccanismo di controllo e autoinganno.
Accettare e ascoltarsi per ritrovare equilibrio
Riscoprire la dimensione autentica della crescita personale richiede un ritorno a due parole chiave: accettazione e ascolto. Accettare significa smettere di giudicare ogni parte di sé, accogliere le proprie imperfezioni, convivere con le fragilità, comprendere che la crescita non è mai lineare ma si muove per spirali, ritorni e deviazioni. L’ascolto, invece, è ciò che ci permette di leggere con chiarezza i segnali interiori, di esplorare i nostri automatismi mentali, di riconoscere i bisogni che spesso non siamo in grado di nominare. È da lì che si innesca il cambiamento vero, non dalla perfezione ma dalla consapevolezza.
Le trappole non devono essere temute, ma comprese. Ogni ostacolo racconta dove ci troviamo, cosa stiamo cercando, quale parte di noi sta lottando. Se affrontate con lucidità, diventano strumenti per affinare il discernimento, interrompere dinamiche distruttive e proteggerci da modelli manipolatori. Solo scardinando le pretese di perfezione e il giudizio interiore possiamo tornare a vedere il nostro percorso con occhi nuovi. Solo così possiamo limitare la tossicità che, a volte, si insinua anche in un ambito apparentemente positivo come quello dello sviluppo personale.
Una direzione diversa, oggi più che mai necessaria
In un’epoca che esaspera la performance e premia la velocità, riportare al centro la lentezza dell’ascolto e la verità dell’imperfezione è un atto rivoluzionario. Guardare al percorso di crescita con umiltà, onestà e rispetto per i propri tempi è il primo passo per tornare a sé. E oggi, più che mai, questo serve.
Quando si parla di trasformazione digitale, si pensa spesso che tutto ruoti attorno all’introduzione di nuove tecnologie. Ma il cambiamento reale è molto più complesso, e coinvolge fattori culturali, organizzativi, relazionali. Ce lo racconta Andrea Menegotto, Partner Consultant in Oriens per le aree Innovazione e Digitalizzazione, Project Management e Product & Service Design.
Il cambiamento digitale: un percorso a ostacoli
Il Change Management, già impegnativo in condizioni “ordinarie”, si complica ulteriormente quando entrano in gioco gli strumenti digitali.
L’introduzione della tecnologia genera dinamiche nuove, che spesso si sommano a problematiche già presenti. Per affrontare con consapevolezza questo tipo di trasformazione, è necessario agire su più livelli contemporaneamente. Vediamoli uno per uno.
1. Focalizzazione e impegno nel tempo
All’inizio, tutti dicono di voler cambiare. Ma come sottolineava Kaplan:
“Tutti amano l’innovazione… finché non li riguarda.”
Nel tempo, entusiasmo e priorità possono affievolirsi. Si delegano attività critiche, si rimanda, si perde slancio. Il rischio? Delegittimare il progetto stesso, vanificando tempo e risorse. Mantenere il focus nel tempo è una delle sfide più importanti di ogni processo di innovazione.
2. Cultura aziendale, coinvolgimento delle persone e formazione
La tecnologia automatizzerà sempre più attività a basso valore aggiunto. Ma il vero differenziale competitivo sarà costituito da ciò che le persone possono generare: idee, pensiero critico, intuizioni.
Per questo, in ogni percorso di cambiamento, le persone devono essere:
⮕ Coinvolte attivamente;
⮕ Formate in modo continuativo;
⮕ Valorizzate nel loro contributo umano e relazionale.
Il capitale umano torna centrale, ancora più della tecnologia stessa.
3. Organizzazione e processi
Molte aziende sottovalutano l’impatto che la tecnologia può avere su:
⮕ Ruoli;
⮕ Flussi operativi;
⮕ Modalità di lavoro quotidiane.
Il rischio è introdurre strumenti senza ripensare l’organizzazione sottostante. Invece, è fondamentale gestire il cambiamento in modo graduale, trasparente, condiviso. La tecnologia non può sostituire il lavoro sulle persone e sui processi.
4. Cultura del dato, analytics e Business Intelligence
In un mondo sempre più data-driven, il dato diventa una risorsa strategica. Ma per sfruttarlo davvero servono tre ingredienti:
⮕ Cultura aziendale del dato;
⮕ Competenze adeguate per raccoglierlo, interpretarlo e strutturarlo ;
⮕ Tecnologie appropriate per trasformarlo in conoscenza.
Se anche uno solo di questi elementi manca, il valore del dato resta inespresso. Serve quindi un investimento graduale ma deciso su formazione e strumenti.
5. Centralità del cliente e integrazione fisico-digitale
Il paradigma si è capovolto. Fino a poco tempo fa, lo schema dominante era:
azienda → prodotto → cliente
Oggi invece, a guidare tutto è il cliente:
cliente → prodotto/servizio → azienda
Questo ribaltamento ha portato alla diffusione di approcci come:
⮕ Design Thinking;
⮕ Value Proposition Design;
⮕ Design Sprint.
Tutti strumenti progettuali che aiutano imprenditori e manager a ri-orientare la propria logica interna partendo dai bisogni reali del cliente.
6. Tecnologia
Paradossalmente, la tecnologia arriva per ultima in questo processo. Non perché sia poco importante, ma perché non è il punto di partenza. La soluzione tecnologica giusta si individua dopo aver compreso bene obiettivi, processi, persone e cultura. La tecnologia è uno strumento per innovare, non il fine ultimo. Solo così potrà davvero servire da abilitatore del cambiamento e non da sostituto o complicazione.
Dinamiche relazionali e obiettivi aziendali: come creare una cultura di appartenenza autentica
Le relazioni all’interno di un’organizzazione non sono un semplice contorno. Al contrario, incidono in modo profondo sulla capacità di un’impresa di raggiungere i propri obiettivi. Al centro di questa riflessione c’è un concetto tanto potente quanto poco valorizzato: quello di Cittadinanza Organizzativa, o Organizational Citizenship Behavior (OCB).
Cos’è la Cittadinanza Organizzativa?
Introdotto da Dennis Organ negli anni ‘90 (ma già discusso a partire dagli anni ‘70), l’OCB rappresenta l’insieme dei comportamenti spontanei e non retribuiti che favoriscono l’efficace funzionamento dell’organizzazione. Si tratta di atteggiamenti e azioni non imposte, non codificate, eppure fondamentali: piccoli grandi gesti di responsabilità, spirito di iniziativa, collaborazione e senso di appartenenza.
In altre parole, il “buon cittadino organizzativo” agisce per il bene dell’azienda anche quando non è obbligato a farlo. Lo fa perché crede nella squadra, nei valori, nella visione.
Le sei qualità del cittadino organizzativo
Ecco alcuni comportamenti che rivelano la presenza di una vera cultura di cittadinanza organizzativa:
- Fedeltà all’organizzazione, anche oltre l’interesse personale immediato;
- Sportività, cioè la capacità di affrontare sfide e difficoltà senza cadere nello scoraggiamento;
- Conformità spontanea alle regole, vissute non come imposizione ma come coerenza con i propri valori;
- Virtù civica, ovvero la volontà di partecipare attivamente alla vita dell’azienda anche nei momenti difficili;
- Iniziativa personale, la propensione a dare un contributo anche al di là del proprio ruolo formale;
- Autosviluppo, la spinta a migliorarsi costantemente per offrire il meglio al proprio team.
Si tratta di elementi non incentivati da premi economici, ma radicati in un profondo commitment affettivo: una passione simile a quella che un tifoso nutre per la propria squadra del cuore.
Come si costruisce una cultura di cittadinanza organizzativa?
Non è semplice. E non può essere ridotta a un sistema di premi o incentivi. Tuttavia, le aziende possono favorire queste dinamiche attraverso una serie di pratiche quotidiane, ispirandosi – perché no – al mondo dello sport.
Il parallelismo con la squadra e i tifosi
Come in una squadra vincente, anche in azienda è possibile:
⮕ Valorizzare i simboli e i rituali interni, creando un’identità condivisa;
⮕ Allineare i valori dichiarati con quelli vissuti, affinché siano realmente percepiti come autentici;
⮕ Celebrare i successi insieme, ma anche condividere e apprendere dagli insuccessi;
⮕ Promuovere l’ascolto e il feedback, con uno spirito costruttivo;
⮕ Comunicare in modo costante e trasparente, aggiornando tutti su obiettivi, progetti, casi di eccellenza;
⮕ Incoraggiare la crescita personale, mettendo a disposizione strumenti per lo sviluppo individuale;
⮕ Premiare l’iniziativa, trasformando gli errori in opportunità di apprendimento;
Coltivare un ambiente in cui le persone si sentano parte attiva di un progetto comune è una delle sfide più ambiziose per un’azienda. Quando ciascun collaboratore si sente non solo esecutore, ma anche sostenitore e promotore della visione aziendale, allora parlare di Cittadinanza Organizzativa non sarà più un concetto teorico, ma una pratica quotidiana. E sarà in quel momento che un team smetterà di essere un insieme di individui… per diventare davvero una squadra.
Riflessioni della prof.ssa Elena Albertini al convegno “Robotica e automazione: futuro presente” – ciclo Available Today
Il ciclo di incontri “Available Today”, ideato da Oriens in collaborazione con SMACT Competence Center, si è aperto lo scorso giugno 2024 con un evento significativo: “Robotica e automazione: futuro presente”, ospitato negli spazi di Le Village a Padova. Un’occasione per condividere soluzioni concrete e visioni di lungo periodo sull’introduzione di robotica, automazione e Intelligenza Artificiale nel mondo delle imprese.
A inaugurare il convegno è stata Elena Albertini, professoressa e coordinatrice del Centro Studi Oriens, con un intervento di ampio respiro teorico e valoriale, che ha posto al centro del dibattito due interrogativi fondamentali: quali limiti porre alla tecnologia? E come garantire che il progresso non comporti un impoverimento dell’intelligenza umana?
1. I limiti della tecnologia e il valore della responsabilità
Nel suo intervento introduttivo, la professoressa Albertini ha aperto una riflessione che affonda le radici nella filosofia e nell’etica applicata: “È giusto inventare solo perché si può?”
L’interrogativo mette in discussione un modello di sviluppo che da decenni si concentra sul come e cosa produrre per accrescere il fatturato, senza interrogarsi abbastanza sul perché si produca e con quali conseguenze.
“Ha senso – si chiede la relatrice – proseguire secondo una visione che ha profuso tutte le energie nel produrre senza domandarsi se ciò che si costruisce aiuta davvero l’uomo a vivere meglio o, al contrario, contribuisce alla distruzione dell’ecosistema?”
Il cuore della riflessione è la responsabilità del progresso tecnologico: ogni innovazione, se non accompagnata da una visione lungimirante e sostenibile, rischia di tradursi in un’accelerazione cieca, priva di senso collettivo.
2. Intelligenza artificiale e intelligenza umana: un equilibrio da coltivare
Il secondo grande tema affrontato riguarda un timore meno dichiarato ma sempre più rilevante: non tanto la sottomissione dell’uomo alla macchina, quanto l’impoverimento della sua stessa intelligenza. L’invito della professoressa è chiaro: se investiamo risorse e attenzione nel perfezionamento della tecnologia, dobbiamo fare lo stesso – se non di più – per affinare le competenze e le qualità dell’intelligenza umana.
“Non è la paura del robot che ci deve preoccupare – sottolinea – ma il rischio che ci si disabitui a pensare, riflettere, scegliere con profondità.”
Un progresso autentico, dunque, deve saper valorizzare le capacità cognitive, relazionali ed etiche delle persone. Solo in questo modo la tecnologia potrà essere uno strumento di supporto al benessere umano, non una minaccia alla sua autonomia.
3. Conclusione: osare, conoscere, umanizzare
Il discorso della professoressa Albertini si è concluso con un invito potente e ispirazionale:
“Il futuro dell’economia e del mondo è nelle mani di coloro che hanno il coraggio di andare oltre, di osare, di conoscere, ma ancor più è nelle mani di chi agisce per dare speranza e visione a un progresso sostenibile dal volto umano. Alla tecnica, il compito di aiutare questo progresso, non di scriverlo.”
Parole che sintetizzano l’ambizione del ciclo Available Today: non solo favorire l’adozione delle tecnologie emergenti, ma orientarle verso un futuro consapevole, umano e sostenibile.
Scarica l’intervento completo della prof.ssa Elena Albertini: Analisi Teoretica: Uomo e Robot https://www.oriens.consulting/media/analisi-teoretica-uomo-e-robot/
La gestione del tempo in azienda non è solo un’esigenza operativa. È una leva strategica, relazionale ed emotiva, che incide sulla produttività quanto sul benessere delle persone. Eppure, se ne parla tanto e spesso male: consigli ovunque, tecniche da applicare, checklist pronte all’uso… ma perché il Time Management è davvero importante?
Gestire il tempo significa ridurre l’ansia, non solo ottimizzare l’agenda
Una buona pianificazione temporale non serve solo a rispettare le scadenze. Serve a creare un clima più sereno, meno affannato, dove le persone lavorano con più lucidità e meno stress.
“L’ansia – scrive David Allen nel suo libro Getting Things Done – nasce dalla mancanza di controllo e preparazione all’azione.”
Quando abbiamo troppe cose in sospeso, senza un piano chiaro, il tempo diventa un nemico.
La mancanza di organizzazione diventa emotiva, non solo operativa.
Il tempo come specchio di chi siamo
Saper gestire il proprio tempo significa assumersi la responsabilità delle proprie azioni e scelte.
Non basta applicare una tecnica: serve comprendere perché vogliamo cambiare. Le tecniche funzionano solo quando c’è prima una motivazione autentica. Ed è proprio questa motivazione che ci aiuta a modificare abitudini consolidate e, spesso, inconsapevoli.
Il primo passo: ritrovare il nostro perché
Ogni percorso verso una gestione efficace del tempo inizia da una domanda:
“Perché voglio organizzarmi meglio?”
Rispondere a questa domanda significa attivare il cambiamento vero. Solo allora potremo usare strumenti di pianificazione in modo coerente e sostenibile, raggiungendo quel “flow” di cui parla lo psicologo Mihaly Csikszentmihalyi: “Uno stato in cui la persona è completamente assorta in un’attività, il tempo vola e tutto scorre senza sforzo”.
Per essere produttivi, serve saper rinunciare
Paradossalmente, per migliorare la produttività serve rinunciare alla gratificazione immediata.
Serve scegliere di concentrare le energie su ciò che davvero conta, anche se questo significa lasciare andare attività in cui ci sentiamo bravi, ma che non portano valore strategico. Significa imparare a delegare, pianificare e focalizzarsi sulle azioni a lungo termine, quelle che oggi sembrano meno gratificanti, ma che domani faranno la differenza.
Le priorità rivelano chi siamo
Una delle domande più potenti la propone Stephen Covey:
“Qual è quella cosa che, se fatta con regolarità, potrebbe portare un grande miglioramento nella tua vita professionale e personale?”
È una domanda che svela le vere priorità personali, e quindi le prime azioni da proteggere nel nostro tempo quotidiano. Un esempio concreto? Un cliente, attraverso questa semplice riflessione, ha capito che doveva dedicarsi allo sviluppo strategico, delegando compiti operativi che amava ma che non erano più allineati ai suoi obiettivi evolutivi.
Il tempo come alleato
Gestire il tempo non significa incasellarsi in un’agenda rigida. Significa diventare consapevoli del proprio modo d’essere, capire cosa conta davvero, e scegliere ogni giorno dove dirigere attenzione, energia, risorse. Quando siamo noi a guidare il tempo – e non l’ambiente esterno – nasce una nuova sensazione di tranquillità, padronanza e libertà. Solo così possiamo davvero decidere la strada da percorrere, e costruire un sistema su misura per raggiungere la nostra destinazione, professionale e personale.