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Costruire nuovi paradigmi

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    Elena Albertini
2 min

La crisi attuale sta imponendo alla logica umana una serie di riflessioni, del cui impatto devastante sulla visione del mondo fin qui elaborata, pochi sembrano essere coscienti. Una fra queste il rapporto fra l’azione umana e la sostenibilità del sistema naturale ben espressa dalle parole di Papa Francesco: “pensavamo di essere sani in un mondo malato”. 

Se allora viviamo un momento che sta sovvertendo regole ed economie, quello di cui dobbiamo essere consapevoli è che non sarà possibile un ritorno al passato come se nulla fosse successo.

Questo a dire che non potremo riavviare il sistema-mondo, utilizzando le stesse categorie interpretative sulle quali avevamo fondato il nostro agire sociale, politico ed economico.

Si è creato nel divenire della storia una frattura così netta che si impone a tutti i livelli un ripensamento radicale del paradigma del nostro concetto di cosmo e della modalità con la quale abbiamo messo in rapporto la produzione con l’ambiente.

Ma soprattutto impone di riscrivere cosa noi intendiamo per cambiamento.

Che tutto cambi è una verità vecchia di più di duemila anni risalente a Eraclito il quale in un suo celeberrimo frammento scrisse: ”non ci si immerge due volte nello stesso fiume” a dire che tutto diviene e muta.

Ed è questo paradigma, così come è stato radicato nella storia, che deve essere sovvertito.

Infatti, se non ci si può immergere per due volte nella stessa acqua del fiume è altrettanto innegabile che per due millenni non ci siamo preoccupati più di tanto se tutto cambiava, perché in realtà sempre nell’acqua che conoscevamo ci immergevamo e sempre alle stesse rive ci aggrappavamo per uscire e asciugarci sulla terraferma.

Essendo il mutamento un qualcosa che riguardava la superficie e non la sostanza.

In altre parole, sapevamo che tutto muta ma nello stesso tempo eravamo sicuri che nella sostanza nulla cambiava davvero: noi eravamo i padroni del mondo e tutto dipendeva da noi.

Nuove sfide

Oggi siamo gli spettatori di una rivoluzione copernicana che ci determina a riscrivere questo paradigma con tutte le conseguenze anche economiche che comporta perché non possiamo più cambiare agendo sulla manifestazione dei fenomeni economici, ma dobbiamo cambiarli nella loro struttura portante.

Quello su cui dobbiamo confrontarci è, allora, la necessità di rivoluzionare il senso del termine cambiamento perché per interpretare il presente e costruire un futuro sostenibile noi dobbiamo pensare ad un’altra acqua nella quale immergersi ma soprattutto ad altre rive all’interno delle quali ordinare il flusso delle acque perché non esondino, distruggendo il terreno circostante.

Ci costringe a ripensare il nostro modo di vivere noi stessi, l’economia, la politica perché non siamo più i padroni del mondo ma i custodi di un ordine precostituito dal cui rispetto dipende la nostra stessa sopravvivenza.

Quali sono, allora, gli argini che dobbiamo costruire affinché immergersi nelle acque del divenire non diventi occasione di annegamento e di distruzione dell’habitat nel quale il fiume scorre e di cui noi siamo abitatori?

La prima cosa da fare è partire dalla consapevolezza che risulta fallace illusione il tentativo di cambiare soltanto il modo di immergersi nelle acque, lasciando inalterata la linea degli argini.

La seconda cosa da fare è pensare ad un radicale rovesciamento lessicale e semantico perché non c’è più quel fiume nel quale ci immergevamo confidando su saldi argini, ma c’è un nuovo fiume che attende la costruzione di nuovi argini.

Questa è la sfida che attende il mondo della politica, della cultura e dell’economia.

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