Il Logos come linguaggio
Il linguaggio non è uno strumento attraverso cui noi esprimiamo un nostro pensiero ma è il pensare stesso
Come dice Martin Heidegger riusciamo a pensare limitatamente alle parole di cui disponiamo perché non riusciamo ad avere pensieri a cui non corrisponda una parola.
Così Simone Veil scriveva: “l’errore del linguaggio è l’errore del pensiero” a confermare l’intima co-essenza di pensiero e linguaggio.
Le parole non sono strumenti per esprimere il pensiero ma sono condizioni per poter pensare.
Parlare di linguaggio significa, allora, entrare nell’enigma più radicale dell’uomo, entrare nella dimensione che per il momento rimane ancora oscura sia alla scienza che alla filosofia, pur se ambedue hanno cercato e stanno ancora cercando di capire i contorni di questa manifestazione dell’essere umano che è la parola. Enigma che si connette strettamente all’enigma del nostro cervello, delle sue funzioni, della differenza fra cervello e mente, ossia fra l’organo e le sue funzioni. Enigma, nel significato greco di cosa nascosta, oscura, incomprensibile, inspiegabile. Enigma che non a caso i greci avevano unito coniando la parola Logos che li esprime entrambi per cui diciamo che:
“Il linguaggio non è uno strumento attraverso cui noi esprimiamo un nostro pensiero ma è il pensare stesso. Non c’è pensiero senza linguaggio e non c’è linguaggio senza pensiero.”
Come dicevo il linguaggio e il pensiero sono l’enigma più radicale, direi insondabile dell’uomo perché si tratta di capire cos’è il linguaggio, qual è la sua origine e perché solo l’uomo fra tutti gli esseri viventi possiede il linguaggio. Che cosa sia questo bene, questo valore che contraddistingue gli uomini come esseri dotati di Logos, ossia di pensiero che non solo pensa ma parla e per essere pensiero deve essere anche parola.
Tenete presente che alcuni scienziati vedono nella parola il salto nell’evoluzione, non un continuum per cui ci sarebbe una differenza fra gli animali e l’uomo non una evoluzione.
Allora voi comprenderete come per la filosofia così come per le scienze geometriche matematiche il linguaggio sia sempre stato un ambito di grande interesse, soprattutto a partire dall’epoca moderna e contemporanea, anche se è la filosofia greca che più di due millenni fa ha dato le prime insuperate risposte al problema.
Il fatto che il linguaggio nella coscienza generale sia inteso come strumento, viene dal fatto che quotidianamente noi usiamo il linguaggio senza evidentemente chiederci perché parliamo nè da dove viene questa facoltà esclusivamente umana.
In questo senso il linguaggio è inteso come un linguaggio operativo, come parola con cui operiamo in funzione e al servizio di qualcosa, cioè usiamo il linguaggio per dire “di” qualcosa, per affermare qualcosa di realmente esistente.
In questa accezione il linguaggio ha valore nella misura in cui arriva a questa definizione. Per dire qualcosa, per definirla secondo categorie. Il linguaggio è allora necessariamente considerato come mezzo o strumento indispensabile. E debbo architettare questo strumento nel modo più coerente se voglio evitare ogni fraintendimento nella mia comunicazione.
Ma il linguaggio non è strumento, non è mezzo.
Questo è il problema.
Per funzionare bene la scienza e la filosofia debbono usare il linguaggio come strumento e fare che il linguaggio sia liberato da ogni possibile fraintendimento o equivoco, ma il linguaggio non è mezzo e strumento e questo è il mistero che la filosofia ermeneutica esprime.
Noi apparteniamo al linguaggio e non il linguaggio ci appartiene come mezzo o strumento. Per Heidegger la verità è il co-appartenersi originario tra il nostro esserci e il linguaggio.
Questa strettissima connessione è analizzata nel libro di Guardini “Mondo e persona” ed esemplificato (p.167) nello sconvolgente esperimento fatto daFederico II Hohenstaufen che volendo capire da dove aveva origine il linguaggio radunò alcuni neonati orfani, ordinò che fosse loro dato il necessario per vivere ma proibì ogni dialogo con loro. Così avrebbe capito a che punto e come nasceva il linguaggio. Ma i neonati non solo non parlarono ma morirono a conferma che il linguaggio non è un prodotto ma il presupposto per la vita umana, perché senza linguaggio, senza contatto dialogico tipico degli esseri umani non c’è più pensiero e non c’è più vita.
La parola allora non è un qualcosa che viene dopo il pensiero, di cui il pensiero può anche fare a meno, per cui senza la parola può comunque continuare a funzionare, no il pensiero non vive senza la parola. Il pensiero non esiste se non è pensiero che parla e la parola non esiste se non c’è un pensiero che pensa la parola.
Questa strettissima connessione non è per il momento conosciuta nel suo fondamento originario. Noi non sappiamo perché così funziona.
Noi semplicemente sappiamo che così avviene e che la verità del linguaggio come pensiero e non come strumento del pensiero ci sfugge tranne che alla poesia. Ma questo esula dal nostro cammino.
Il linguaggio come presupposto del dialogo fra l’io e il tu
Dunque, come dice Heidegger, riusciamo a pensare limitatamente alle parole di cui disponiamo perché non riusciamo ad avere pensieri a cui non corrisponda una parola. Le parole non sono strumenti per esprimere il pensiero ma sono condizioni per poter pensare.
Ma il linguaggio inteso come pensiero che parla sottintende il rapporto fra un io e un tu.
Il linguaggio come il pensiero sottintende un incontro sia dal punto di vista personale che professionale.
Il linguaggio non è solo allora un mezzo per comunicare risultati, ma l’attuarsi della nostra stessa vita nel parlare con l’altro.
Il pensare allora, non è una facoltà umana che viene prima del parlare ma una realtà che vive soltanto se si sviluppa fin dal primo momento come parola che parla a se stessa e con l’altro. Se è dialogo.
Dialogo come relazione-incontro fra un io e un tu. L’ascolto
L’essere umano, in quanto pensiero che pensa e parla, si trova per sua essenza nel dialogo e il dialogo si svolge essenzialmente attraverso il linguaggio che fa dell’ascolto la sua dimensione fondamentale. Non esiste dialogo se non esiste l’incontro con l’altro, ma non esiste dialogo che non sia incontro nel significato di parola che parla a partire dall’ascolto.
Questo in termini filosofici, e lo dico solo per fare chiarezza sull’impostazione che do al mio interloquire con voi, si chiama circolarità ermeneutica quale dialogo fra soggetti diversi a partire da un terreno comune, dialogo che è reso possibile solo a partire dall’ascolto di quella che è la dimensione del tu.
Dunque l’incontro come dialogo presuppone non una comunicazione unidirezionale, dall’io al tu a seguito della quale io rimango io e tu rimani tu, ma circolare, dall’io al tu, all’ascolto del tu e al ritorno ad un io aperto però alla modificazione di quello che a partire dal messaggio del tu viene a provocarsi nell’io.
Dialogo dunque come ascolto nella prefigurata disposizione a cambiare il mio io a partire da questo mettermi in relazione con il tu. Dialogo a partire dalla accettazione di cambiare in rapporto a questo incontro. Se non c’è questa pre-disposizione non c’è dialogo, non c’è circolarità ermeneutica, ma dialogo fra sordi e dunque inalterabilità della situazione.
Dunque non crescita.
Il dialogo come abbiamo detto è un aprirsi ma sia chiaro è un aprirsi fra soggetti diversi. La diversità nel dialogo ermeneutico non significa, stiamo bene attenti, appiattimento dell’una sull’altra, o modifica della realtà dell’uno o dell’altra. Nel dialogo l’io rimane io e il tu rimane tu. Il dialogo come ascolto e apertura al cambiamento significa il superamento della staticità delle due posizione in una fase successiva di adattamento-creazione di qualcosa di nuovo.
Crescita attraverso il linguaggio inteso come dialogo e come ascolto al fine di crescere nel senso di superarsi ed essere migliori.
Crescita nel dialogo non significa, infatti, annullamento della propria identità ma arricchimento e inclusione di prospettive diverse che non sarebbero mai state raggiunte senza questo dialogo con la diversità, con chi non si è ma di cui si ha bisogno per migliorare.
Nel dialogo ci si porta ad un livello più alto.
Se non c’è questa pre-figurata condivisione non è possibile l’incontro come dialogo e come crescita-creazione.
In questo essere altro nell’autenticità del mio essere sta la credibilità e autorevolezza dei soggetti dialoganti.
Il dialogo come sorpresa
Il dialogo è momento irripetibile di crescita e cambiamento ma è anche momento nel quale sperimentiamo il sentimento della sorpresa, della imprevedibilità, della verità di quanto poco conosciamo il nostro io ma anche il tu.
Soltanto il dialogo ci permette di andare con il pensiero e il linguaggio laddove non pensavamo di andare a partire da un progetto pre-confezionato o da un discorso già programmato, preparati appositamente il giorno prima.
Capita che sia sufficiente una parola detta dal tu, una osservazione, una domanda per andare laddove non si pensava di andare ma dove si sente di dover andare se si vuole trasformare il tu da spettatore ad attore cosciente di un sè magari sottaciuto ed in attesa solo dell’occasione propizia per venire alla luce. E d’altra parte per mettere l’io nella condizione di sempre imparare ad imparare dall’altro, perdendo quella sottile ma persistente vena narcisistica di onnipotenza che porta spesso ognuno di noi a fare delle situazioni l’occasione di rappresentazioni quasi teatrali nelle quali trovano sfogo e catarsi tutte le personali paure e fobie e nevrosi.
La sorpresa, frutto del dialogo circolare, intesa quale aiuto a chi dipende da me per crescere, per diventare più forte e cosciente, ma soprattutto dipende da me per mettere in comune l’innocenza del sapere di non sapere, l’innocenza del ritrovarsi inermi, ma non soli, davanti alla domanda e alla ricerca.
Perché tutti siamo inermi davanti al futuro, ma tutti abbiamo in noi la forza per pre-figurarlo, si tratta di portarla fuori non con l’imposizione ma con il dialogo fatto di ascolto di ciò che c’è già dentro e che aspetta l’aiuto di qualcuno perché sia espresso. Dialogo come arte socratica della maieutica.
“La persona sussiste ordinata all’altra persona nella forma del dialogo. Essa è determinata dall’essenza a divenire “io” di un “tu”. (R.Guardini p.172).
Non esiste la persona che per principio sia solitaria.
Ognuno di noi vive perché c’è un tu.
Ognuno di noi vive parlando nel dialogo.
Dialogo come silenzio e Eros
Ma il logos come dialogo mette in evidenza un’altra dimensione che inerisce al linguaggio, quella più ampia e ancora più misteriosa: il silenzio.
Perché il dialogo è anche silenzio. Il silenzio appartiene al linguaggio.
È silenzio quando non trova la parola per dire quello che pensa, è silenzio per ascoltare quello che ancora non è stato detto, è silenzio per attendere il non detto, è silenzio in attesa di una interpretazione, di una proposta, di una soluzione.
È silenzio perché il dialogo indica come la parola venga a mancare quanto più è precisa l’emozione che si sta vivendo, quanto più grande è il pensiero che si vuole esprimere, quanto più si scava nella verità di un incontro.
Perché il silenzio non è il vuoto di pensiero ma il tutto del pensiero ed è per questo che il silenzio dice molto più delle parole.
Coltiviamo allora il silenzio come opportunità di un dialogo più completo, più efficace e più produttivo. Tacere alle volte anche in un rapporto di lavoro produce un passo in avanti più di una parola che può risultare inopportuna o addirittura dannosa. Dal punto di vista personale dobbiamo renderci consapevoli della necessità di cercare ogni tanto il silenzio per capire meglio noi stessi e la realtà, troveremo più risposte e più domande sulla nostra grandezza ma anche sulla nostra limitatezza.
Qui il riferimento al misticismo è d’obbligo ma non in questo contesto.
Ma c’è ancora una dimensione che riguarda la parola, ed è quella dell’appartenersi reciproco di logos e pathos, di logos ed eros, di logos ed emozione, in altre parole l’affettività originaria del nostro dire, del nostro linguaggio.
Nessun dire è puro, asettico, neutro. Al contrario ogni nostro parlare nel dialogo è contaminato dalla dimensione delle nostre emozioni. Non dimentichiamo mai che quando parliamo con un presidente o un direttore generale o chiunque altro noi non parliamo da robot a robot, ma da uomini e donne dotati di intelligenza ma anche di molto altro, quel molto altro che i greci hanno chiamato pathos, ossia passione, ossia eros.
Ed è anche a questo molto altro che noi dobbiamo guardare
La potenza della parola
Platone nel Gorgia scrive:” La parola nonostante abbia un corpo piccolissimo è dotata di straordinaria potenza”. Parole di verità queste perché dobbiamo capire che la parola ha una potenza infinita: può togliere la vita quanto una spada, può ferire più di un coltello e nello stesso tempo può dare la vita.
La parola allora crea la realtà.
Questa incredibile potenza della parola è una dimensione poco frequentata ma è fondamentale sia metabolizzata per renderci responsabili sia delle nostre azioni sia del nostro linguaggio.
Vorrei fosse chiaro e qui faccio un esempio per farmi capire.
Noi viviamo in una società violenta ma quello di cui forse non siamo consapevoli è che se questa società è così violenta è perché c’è una cultura della violenza fatta di messaggi visivi, sonori, mediatici intessuti di linguaggi violenti che modifica la realtà secondo modelli violenti e la rende violenta.
È in atto una vera e propria azione educativa a livello mondiale imperniata sulla violenza di cui i nostri giovani sono le vittime e gli interpreti.
Non è una realtà violenta che crea un linguaggio violento ma al contrario. È una cultura della violenza che crea una realtà violenta. Così come è un linguaggio di pace che crea la pace.
Per farvi capire ancora meglio la potenza del linguaggio credo sia sufficiente che voi ricordiate qualche vostro professore, uno vi avrà ucciso, uno vi avrà salvato.
Mettendo a terra quanto abbiamo detto, risulta quanto mai importante la consapevolezza e l’acquisizione del valore della parola e del linguaggio come potenza che crea.