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Logos come Techne

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    Elena Albertini
6 min

Dopo aver analizzato il Logos come pensiero che crea, come linguaggio che dialoga, vediamo ora il Logos come Techne, ossia il pensiero come potere che crea nel suo significato di:

“Rendere reale ciò che il pensiero pensa” R.Guardini ( Mondo e persona p.46) Tecnica come volontà di essere creatore. Semplici atti volti a produrre qualcosa che serve per migliorare la vita non spingerebbero mai l’uomo a entrare nel rischio della tecnica. Questa in ciò che ha di più profondo, si dirige a qualcosa di essenzialmente altro dalla costruzione del nido nel caso dell’uccello. Se si contempla pienamente il fenomeno della tecnica nella sua totalità e non nei suoi singoli prodotti o passaggi, si vede che esso scaturisce dalla volontà non affatto “naturale” di distruggere l’esistenza come è data per costruirne una di nuova. Nel caso della tecnica non si tratta di utilità ma di opera. Se si guarda a ritroso, all’epoca che parte dall’inizio del creare tecnico, appare che vi sia grande motivo di preoccupazione. Il dominio sulla natura e sull’uomo aumenta con inconcepibile velocità, ma l’uomo non dà l’impressione di maturità crescente, di sicurezza, d’orientamento, di forza di carattere. È come se dalle prestazioni dell’uomo si levasse un potere che, oltrepassando l’uomo, percorra la propria strada. “ ivi pag 144.146.

Cerchiamo allora di capire bene cosa intendiamo quando diciamo che arrivati a questo punto del nostro percorso in quanto Logos, è necessario parlare di techne come potenza creatrice dell’intelligenza umana, come potenza di inventare qualcosa di nuovo.

“Creare” o techne può essere assunto in due modi: assoluto e relativo.

Nella prima accezione per creazione si intende il trarre dal nulla qualcosa che prima di questo atto non esisteva. In questo senso la creazione è il concetto espresso nel Genesi quando si dice che Dio creò la natura e poi l’uomo e la donna e questo atto è pura creazione perché fu un atto non necessario, ossia Dio non doveva creare il mondo ma lo ha fatto per un atto di libertà che è da intendersi come atto d’amore.

Creare, allora, significa in termini assoluti portare all’essere una cosa che prima non c’era dunque il passaggio dal niente all’essere. Prima la natura e l’uomo era niente e poi sono.

Diverso è il significato di creazione in senso relativo.

Come abbiamo visto solo all’uomo appartiene il logos come pensiero ma questo pensiero oltre a conoscere, crea nel senso che rende reale ciò che pensa. Evidentemente però l’uomo non crea dal niente ma a partire da cose che già sono, ossia crea manufatti perché già trova i materiali e gli elementi che sono già in natura, e crea perché ha una conoscenza che gli viene dalle varie scienze particolari, la fisica, la chimica, l’astronomia, la matematica e così via.

Crea perché è un uomo che sa pensare e produce quindi scienza ma anche sa fare nel senso di applicare questa scienza al produrre qualcosa. È uomo tecnologico.

Questo fare nel senso di portare all’essere qualcosa che prima non c’era a partire però non dal niente ma da un qualcosa che già preesisteva è il creare proprio dell’uomo. per es. il telescopio prima non c’era ma c’erano i materiali necessari a costruirlo. Generalizzando dobbiamo dire che tutta la tecnologia oggi c’è perché, come abbiamo detto, l’uomo è un essere tecnologico, ossia capace di mettere a terra quello che era una sua conoscenza o teoria e così facendo, diventa il creatore o costruttore di un qualcosa che prima non c’era.

Pertinente al nostro processo di approfondimento è, dunque, la creazione in senso relativo o umano. L’uomo nasce come soggetto capace non solo di pensare e parlare ma anche di fare qualcosa, di produrre qualcosa. L’uomo è di per se stesso un uomo tecnologico o per dirla con i latini faber. Nasce come essere tecnologico perché è un essere che costruisce e inventa strumenti che sono mezzi per produrre qualcosa, per un fine: es. inventò l’arco che gli permise di cacciare, il fuoco di cuocere e scaldarsi, il coltello di difendersi e tagliare, l’aratro gli permise la coltivazione della terra e così via. In questo senso l’uomo fin dagli albori in quanto uomo tecnologico usa la tecnica come mezzo per la realizzazione di un fine e come modalità di espressione di un pensiero che intrinsecamente è anche un agire, un fare, un produrre.

In questo senso la tecnica o techne è una modalità del pensare umano che nel momento in cui pensa e conosce produce qualcosa. Non rimane idea astratta ma è idea o pensiero che si fa necessariamente prassi.

Per farvi capire meglio pensiamo alle applicazioni che le scienze geometrico-matematiche di oggi hanno prodotto a partire dai loro assunti: hanno creato i cellulari, i social, le telecomunicazioni, la rete del 5g, i computer.

E vediamo quanto invasiva sia stata l’applicazione delle scienze abbinata alla tecnica sul modo di vivere dell’uomo. Questo però significa che la tecnica nel suo essere mezzo e attività umana è anche causa di ciò che operando produce qualcosa, ottiene dei risultati, raggiunge degli effetti. Ma se è causa di ciò che senza di essa non sarebbe ne è anche la responsabile. E torniamo al concetto di responsabilità. Ma la techne di per sé non assume alcuna responsabilità.

Techne

Se allora la Techne è un modo di essere del pensiero umano, dobbiamo dire che il creare, nel senso che abbiamo visto, appartiene al suo destino perché l’uomo è per se stesso portatore di un fare e produrre. Ma questo fare è stato per due millenni, e qui guardo a quella che comunemente è stata la storia occidentale, un fare applicato che aveva dei limiti, ossia era una techne che modificava la realtà e la natura però rispettando i limiti che la natura e l’uomo portano in sè. Poi tutto è cambiato a partire soprattutto dall’800. Vediamo allora, perché la techne ha cambiato volto, analizzando la nascita della techne e il suo sviluppo.

Il termine appare per la prima volta nei testi greci antichi laddove si parla di miti, da non intendersi come favole ma come racconti di verità che utilizzavano un linguaggio diverso da quello razionale. Il primo che porta il mito dentro un racconto esclusivamente razionale quale è quello filosofico è Platone il quale nel Fedro ci racconta il mito di Theuth e Thamos. Theuth è il dio-inventore, a cui si deve l’invenzione dei numeri, calcolo, geometria, astronomia, giochi dei dadi e della scrittura. Il mito ci racconta che ad un certo punto questo dio-tecnocrate offre la sua arte a Thamos il re supremo, l’autorità assoluta. Dunque il mito ossia Platone ci dice che la scrittura è il frutto di un dio inventore quindi è invenzione, è una tecnica, è un artificio creato da un dio tecnologico. Ma il mito ci dice anche che la scrittura viene per ultima. Arriva alla fine di una serie di invenzioni e questo dice anche che per importanza è l’ultima. Ci dice anche che se viene offerta a Thamus, il re dei re, significa che il re dei re non possiede l’arte dello scrivere, eppure lui è il sovrano assoluto, il più potente. Dunque il non saper scrivere è ben lungi dal metterne in crisi l’autorità di capo e la dignità di depositario del potere e della saggezza. Al contrario mette in evidenza la sua sovranità, la sua indipendenza, la sua libertà. Infatti ciò che lo fa essere importante non è la scrittura ma la sua parola. Sembra che qui Platone voglia celebrare la grandezza di Socrate e preannunciare il Cristo, entrambi non scriventi. Cristo, uomo-Dio che parla ma non scrive pur essendo il Dio assoluto fatto uomo. Ma Theuth in quanto technicotatos, ossia dio tecnico, anzi il re della tecnica, inventa artefici, inventa tecniche ma non ne pensa gli effetti.

Non pensa se quello che PUO’ essere fatto, DEBBA o no essere fatto.

È un produttore di technai ma ha il limite di non saper prevedere a che cosa essi porteranno, se al bene o al male. Theuth è incapace di valutare a fondo i suoi prodotti. Tanto che Thamus, il re sapiente, smaschera la potenza tecnica di Theuth perché al cospetto della sua offerta, gli risponde: “o artificiosissimo Theuth altri è abile a generare le arti, altri a giudicare quale vantaggio o quale danno può derivarne a chi sarà per servirsene.” Il mito o Platone ci dice fin dagli albori che la tecnica è un artificio, è una invenzione ma altro è l’invenzione e ben altro è il conoscere gli effetti della propria invenzione. Sta allora non alla tecnica e ai tecnocrati di oggi valutare gli effetti della tecnica ma ad altri soggetti. Cacciari al proposito afferma che questa responsabilità di intervenire sui processi della tecnica è compito esclusivo della politica con la P maiuscola, vedi il suo testo “Il lavoro dello spirito”.

La tecnica o techne (intesa come ragione che produce senza scopo se non quello di continuamente produrre, dunque senza etica, senza regole) nel suo nascere non è però violenza sul mondo e sull’uomo, non è ricerca di potere e di dominio sulla natura e sull’uomo ma è asservita ad entrambi. L’uomo utilizzava la tecnica per cambiare la realtà, per stare meglio, per guarire, per mangiare, per essere felice. Utilizzava la tecnica non ne era suo schiavo. Utilizzava la tecnica ma osservava i limiti delle leggi naturali. Così come fin dal nascere del pensiero occidentale ossia nel mondo presocratico la phisis come essere che ha in se stesso il motore del proprio essere e sviluppo era interpretata dal pensiero greco come un qualcosa di intoccabile e indipendente dall’uomo.

Poi a partire dall’800 quindi due secoli fa il mondo cambia radicalmente, ossia è cambia il paradigma che teneva in equilibrio il mondo occidentale così come era stato costruito a partire dall’incontro fra la filosofia greca e il cristianesimo. Dio dice Nietsche è morto e con lui muore non solo e non tanto il Dio cristiano o la metafisica ma muore tutto un mondo di valori da cui discendeva. E laddove non c’è più un valore assoluto tutto diventa valore, tutto diventa relativo e fluido. Ancor più l’uomo non ha più davanti il dio creatore ma l’uomo è il creatore di Dio e dunque diventa il creatore assoluto. Cambia anche il senso della tecnica ossia rimane la razionalità come dominio ma è espressione dell’uomo che usa la scienza per creare e nel suo creare non trova più limiti né nella natura né nell’uomo. Così dispiega tutta la sua potenza e inizia a manipolare la vita, il codice genetico, le stesse leggi della natura, insomma l’uomo tecnologico si sente dio. Con la tecnica si può manipolare il codice genetico, si possono alterare le leggi di natura, ci si arroga il potere sulla vita e sulla morte. La Techne diventa dominio, violenza, potere assoluto.

Ma arrivati a questo punto di onnipotenza umana nel quale l’uomo occidentale aveva pensato di poter usare la tecnica, ecco che la Techne mostra la sua faccia nascosta: la Techne è di per se stessa dominio e violenza ed è volontà di continuamente volere il dominio, oltre ogni valore, ogni diritto, ogni limite.

Ciò è molto pericoloso in primo luogo perché, come ci ricorda Platone, la tecnica sa come si devono fare le cose ma non sa se devono essere fatte e perché devono essere fatte. E dunque si innesta il gravissimo problema di chi può dire alla tecnica cosa deve fare e se la si può fermare. Problema di bioetica.

In secondo luogo il cammino intrapreso è molto inquietante, perché Techne è un processo che si autoalimenta e che in questo autoalimentarsi potrebbe, e dico potrebbe perché qui la discussione fra esperti e filosofi è serrata, non avere più bisogno dell’uomo. Quando la tecnica da mezzo per raggiungere un fine diventa il fine, cambia il suo volto e da schiava diventa padrona. Es: se io uso la macchina per andare in montagna è diverso se io vado in montagna per usare la macchina, nel primo la macchina ossia la tecnologia è un mezzo che io uomo uso per un fine, nel secondo è la macchina che diventa il fine e il guidatore diventa il mezzo.

Oggi il mondo è schiavo della tecnica. Possiamo pensare ad un mondo, alla vita stessa degli uomini come possibile senza la tecnica? No un mondo senza la tecnica non è possibile. Si tratta allora di vedere come gestire la tecnica perché questa sia e rimanga mezzo e non fine. A questo punto sorgono spontanee le domande: come la trasformazione della tecnica modifica il nostro modo di pensare? E ancora quali forme di sapere stiamo perdendo per questo cambiamento? Il passaggio dall’uomo sequenziale, ossia dall’uomo che sapeva argomentare le proprie azioni e scelte, all’uomo simultaneo che guarda la realtà ma non la legge, non la decodifica, non la comprende a che cosa porta? Domande radicali che partono da una certezza: una moltitudine che non capisce è preda della manipolazione, diventa schiava.

Noi sappiamo che la tecnica è la forma di dominio che più chiama le coscienze alla riflessione sul destino dell’uomo, entrando con una potenza mai vista dentro tutti i paradigmi culturali, sociali, economici, religiosi che hanno fatto fino a questo momento la storia. L’Intelligenza Artificiale quale forma più invasiva della techne chiama in causa la visione antropologica contemporanea e futura. Ossia ci interroga sulla domanda radicale: quale uomo sarà in rapporto all’IA? Ci sarà ancora un uomo?

Domande come dicevo radicali e inquietanti che non possono non essere ascoltate e alle quali anche la filosofia è chiamata a tentare di dare risposta. Non c’è pensatore e scienziato che non debba oggi fare i conti con la tecnica e le sue numerose e sempre più pervasive applicazioni se pensiamo che l’IA, una delle sue applicazioni più attuali, vorrebbe diventare una copia dell’intelligenza umana, dunque del pensiero. E se teniamo fermo il principio che l’uomo è uomo in quanto essere razionale, ossia in quanto dotato di pensiero, diventa chiaro come la tecnica che sta costruendo un pensiero artificiale non possa non entrare in collisione con la sostanza stessa dell’uomo, pregiudicandone la sua integrità. Problemi etici enormi si stanno addensando sul futuro antropologico senza che vi sia da parte dei poteri politici, delle menti scientifiche, delle intelligenze culturali l’attenzione su quello che l’IA sta provocando. È vero che la tecnica quale IA, ci ricorda il prof. Kettmajer,” aiuta a ridurre i costi di produzione, aiuta il settore farmaceutico a riconoscere malattie, aiuta la chirurgia a distanza, rende precise diagnosi, aiuta con l’esoscheletro e protesi tanti handicap, aiuta la scuola e la formazione. Ma crea anche le divisioni sociali, crea algoritmi discriminatori nelle assunzioni delle donne, algoritmi di credito razzista verso le comunità afroamericane, crea terribili strumenti di sorveglianza e di repressione di libertà civili.” Aspetti che devono essere ben compresi nella loro responsabilità in merito al progresso della società umana. Quello che deve far riflettere è il fatto che l’IA creerà sempre più disagio e impotenza perché l’ecosistema in cui l’uomo si farà aiutare dall’IA sarà un ecosistema che paradossalmente proprio per questo conferimento sempre più ampio da parte dell’uomo all’IA, porterà ad un aumento esponenziale della potenza dell’IA a scapito del potere di controllo e di dominio dell’uomo. E, al contrario, tanto più progredisce la tecnica tanto più è necessario che progredisca il sapere umano, la conoscenza, proprio perché è l’intelligenza umana che comunque deve dominare la tecnica se si vuole che il progresso sia un progresso migliorativo dell’ecosistema.

“Tecnologia di valore o sofisticata”

A partire da queste premesse vediamo cosa significa essere i sostenitori di una “tecnologia di valore o sofisticata” quale risposta ai problemi che come “tecnocrati” o utilizzatori di tecnologia siamo chiamati ad affrontare.

– in primo luogo significa essere portatori di “circolarità tecnologica” ossia di tecnologia nel senso di memoria. Dunque innovazione a partire dal passato. Il punto d’inizio è il nostro Logos o pensiero ed è da quel punto che tutto ha avuto inizio, è da quell’idea che il pensiero si è attivato per creare idee, visione, progetti ed è da quel punto che grazie anche alla tecnica si sono create nuove proposte, nuove figure professionali, una nuova realtà attrezzata ad affrontare il futuro pre-figurandolo.

In questo senso è “ circolarità tecnologica” ossia circolarità ermeneutica che torna su se stessa ma non rimane eguale né si ripete meccanicamente ma continuamente progredisce nella responsabilità e nel ricordo di ciò che è stata. Questo è il processo di crescita identitario.

Essere creatori a partire da ciò che siamo stati per superarci e tornare alla nostra identità arricchiti dal confronto olistico secondo la modalità dialogica.

in secondo luogo è un “salto di tecnologia” nel senso di essere tecnologia, ossia utilizzo di attrezzature, materiali, strumenti, mezzi tecnologici ma non uso della tecnologia fine a se stesso perché ciò che permette il salto di tecnologia è il potenziamento progressivo e continuo dell’intelligenza, ossia del pensiero che produce teorie solide, idee, visione. E’ “tecnologia sofisticata o di valore” perché la tecnologia rimane mezzo e non fine, rimanendo il pensiero il padrone del processo produttivo.

– in terzo luogo è produttore di “tecnologia di valore” ossia di una tecnologia che è subordinata ad un pensiero capace di creare un qualcosa portatore di valore.

Questo richiede la crescita nella complessità e nella crisi: tecnologie più sofisticate nel senso di “tecnologie di valore” quale espressione di un produrre qualcosa di nuovo che abbia senso.

Sembra al proposito che il mondo produttivo abbia perso via via la confidenza con il piano dei valori, ossia della elaborazione della visione per privilegiare il momento della adesione alla logica pragmatica dell’efficientismo, del profitto, del consumo, di ciò che serve ed è utile. Abbia in altre parole profuso tutte le energie nel come produrre, nel come produrre per aumentare il fatturato, non chiedendosi perché si produce e se quello che è il processo tecnologico-economico intrapreso è un processo che ha senso, che ha visione, che ha un fine di economia ecosostenibile, che aiuta l’uomo a vivere meglio o al contrario porta alla distruzione dell’ecosistema.

Cosa si deve fare per diventare “tecnologia sofisticata o di valore”?

Si deve abbandonare innanzitutto l’uso di una “tecnologia impoverita”, ossia di una tecnologia che non diventa povera perché non è continuamente aggiornata ma perché accantona il piano della teoria (principi, presupposti, modelli). Diventa povera, dunque obsoleta, per la rinuncia alla teoria, per la rinuncia al pensiero. Per la rinuncia al dominio del Logos sulla techne.

Si deve fare propria una tecnologia di valore, ossia una techne unita ad un progetto che vuole produrre valore.

Questo significa “Techne” per noi: una prassi che è teoria, un fare che è un pensare, un agire che è valore.

Concludo con una frase di Dreifuss:“ Il rischio non è l’avvento del computer super intelligente che ci sottometta tutti ma quello di essere umani sottosviluppati intellettualmente”.

Il rischio a cui va incontro l’umanità non è il dominio della techne ma la povertà di un pensiero umano che rinuncia al sapere e lascia alla tecnica scrivere la storia.

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